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Resoconto viaggio 2006-2007

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Libia 2006-2007. A spasso per l’Erg di Rebianah

PROLOGO
Il progetto di questo nuovo viaggio in Libia, a distanza di un anno esatto dal precedente, era già nell’aria da tempo, esattamente… dal rientro dalla prima, fortunata ed entusiasmate esperienza. Ma a parte questo naturale proposito che segue sempre ad un’esperienza positiva, i primi passi verso l’organizzazione di questo viaggio li abbiamo maturati durante la via del ritorno dal viaggio estivo.
Sono seguiti i consueti contatti per trovare qualcun altro interessato, le solite ricerche sugli itinerari e le solite estenuanti giornate investite nella preparazione tecnica del mezzo per adeguarlo sempre meglio alle necessità dei viaggi. In particolare GranPasso ha guadagnato due serbatoi gasolio supplementari, un nuovo e più potente compressore aria, la seconda batteria per i servizi e le relative connessioni elettriche.
23/12 PRIMO GIORNO: verso il traghetto
Si parte, purtroppo già con un margine di tempo inferiore al ragionevole: un po’ di intoppi dell’ultimo momento, un po’ di sottovalutazione del lavoro da fare.
Ci si ritrova in tangenziale, ad un distributore: alla fine Franco e Marine ci hanno preceduto di qualche minuto.
Al casello il Patron ci passa avanti per via del Telepass, quindi ci accodiamo. E meno male: comincio a sentire puzza di ferodo bruciato, lancio un allarme a Franco: “… meglio se ti fermi che diamo un occhiata!”.
Quando il Patron si arresta, ecco che una colonna di fumo si alza dalla ruota posteriore destra…
Quando vedo questo penso che il nostro viaggio sia già terminato…
Ma scendiamo dalle macchine e cerchiamo di conservare la calma necessaria.
Mentre cerco gli attrezzi, Franco sta già telefonando al suo meccanico. Smontiamo la ruota e con grande difficoltà riusciamo a smontare il tamburo grazie alla mia dotazione di bulloni e diavolerie varie. Intanto il meccanico ha suggerito a Franco di escludere il meccanismo di recupero del gioco dei tamburi.
Seguiamo il consiglio, svitiamo il registro e pieghiamo la lama del registro. Rimontiamo in tempo record, ripartiamo. La macchina non sembra molto sbilanciata in frenata, pare guidabile.
Riusciamo a raggiungere in tempo il porto ma ci rendiamo subito conto che avremmo potuto prendercela con molta più calma. La nave pare in clamoroso ritardo. Peggio ancora la nave della compagnia Tunisina che avrebbe dovuto partire ben prima della nostra.
Ma l’importante è essersi imbarcati. Il mare è appena un po’ mosso.

24/12 SECONDO GIORNO: lo sbarco in Tunisia
Giunti in vicinanza del porto di Tunisi, la nostra nave rallenta per cedere i passo alla nave Tunisina che, pur in ritardo di diverse ore, ha evidentemente la precedenza nell’attracco.
Usciamo dal porto che è quasi mezzanotte, ci fermiamo a Borji Burghiba per mangiare un ottimo Kebab. Ripartiamo alla volta della nostra meta prevista: Kairuan, che raggiungiamo alle due e mezza di notte. Troviamo un albergo e fi fondiamo a dormire.

25/12 TERZO GIORNO: Lybian Border
Partenza alla volta di Ras Ajdir, il confine tra Libia e Tunisia. Arriviamo prima delle 16 ma restiamo intoppati in dogana. Ci raggiungono mio fratello e Marcello. Restiamo insieme ad attendere che la situazione si sblocchi. Questa dogana è sempre peggio, i Tunisini mostrano il peggio di se. Piove a tratti e tira un’arietta gelida.
L’attesa è snervante, ma è inutile agitarsi: bisogna lasciare che le cose evolvano con il loro ritmo, Martine tenta di forzarlo un po’ con il risultato di peggiorare le cose. Probabilmente, ma chissà…
Ripartiamo quasi alle 20 e concordiamo di fermarci a dormire a Sabrata.
Cercheremo di recuperare l’indomani partendo di buon ora.

26/12 QUARTO GIORNO: verso Zillah, notte ad Hum
Lunga tappa: da Sabrata speriamo di arrivare a Zillah. Ma il traffico nella zona costiera attorno a Tripoli è intenso, perdiamo tantissimo tempo in una coda per un cantiere. Ci fermiamo a prendere un caffè ad un bar: neppure questa è un’operazione semplice in Libia. Il bar deve attivarsi, scaldare la macchina del caffè e… ??? non si sa cos’altro, fatto sta che attendiamo a lungo. Sorpresa: il barista non ci vuol far pagare, siamo Italiani, siamo ospiti benvenuti. In ogni caso il caffè Libico è notevole, praticamente quello che noi è chiamato Marocchino.
Proseguiamo il viaggio. Nel pomeriggio, piccolo incidente di percorso: mi “esplode” il coperchio del baule in plastica sul tetto. Sparpaglio le cose più leggere lungo il bordo strada… Raccattiamo tutto, cerco di risistemare quello che posso. Il baule è irrecuperabile, probabilmente si è rotta la fibbia della cinghia che teneva chiuso il contenitore.
Proseguiamo il viaggio, ma la guida suggerisce di deviare su Hum: Zillah non dista molto, sarebbe ancora raggiungibile prima delle 9 di sera. Ma la guida sostiene che la sera la polizia storce il naso.
Non comprendiamo ma ci adeguiamo: in realtà abbiamo già recuperato abbastanza.
In ogni caso anche arrivando a Zillah, ci sarebbe il problema di dove pernottare, dato che non è pensabile fare campo in una zona ignota al buio e ci sarebbe probabilmente anche il problema del rendez-vous con l’altra guida. Ci sistemiamo quindi nell’albergo di Hum. Fabiola ha un po’ di febbre. La guida dormirà in auto nel parcheggio.
Acquistiamo dei panini nel paesino e li mangiamo in albergo. Sistemo il bagaglio che prima stava nel baule sul tetto: più o meno riesco a farci stare tutto, sarà solo più scomodo e di difficile accesso.

27/12 QUINTO GIORNO: Zillah, la guida da deserto, primo campo!
Al mattino scendiamo al parcheggio: sorpresa! Mio fratello e Marcello ci hanno raggiunti nella notte.
Hanno lasciato un biglietto con il numero della loro stanza e passiamo a salutarli. Partiranno più tardi perché sono arrivato dopo mezzanotte.
Sulla strada per Zillah, ecco che nuovamente il Nissan puzza di ferodo bruciato. Ci fermiamo ed è il turno del tamburo posteriore sinistro… Messo peggio dell’altro, fatichiamo molto ad estrarre il tamburo e le ganasce si smontano. Cade poi anche il pistoncino del freno (nella sabbia!!!) ed esce tutto il liquido freni.
Mi vien male ma cerchiamo di rimontare il tutto. La guida Libica ci guarda perplessa: ieri il baule, oggi il freno… l’armata Brancaleone sbarcata dall’Italia… Spurghiamo e tutto sommato dimostriamo ancora efficienza, sangue freddo e di saperci arrangiare più che bene.
Perdiamo poco più di un’ora e siamo di nuovo in strada. Poco dopo incrociamo il Toyota di Lachtar la guida di mio fratello. Ci risconosce, gira l’auto e ci accompagna al distributore del paese.
Ci si saluta e conosciamo anche la nostra guida, Mohamed Alì Sanussi.
Spieghiamo del freno del Nissan e vorrebbero portarci dal meccanico. Franco rifiuta cordialmente, sembra sicuro di aver risolto. Io sono un po’meno convinto ma mi adeguo.
Intanto che facciamo rifornimento e chiacchieriamo ecco che di nuovo ci raggiungono mio fratello e Marcello.
Decidiamo di ripartire assieme e di fare il primo campo del viaggio fuori Zillah.
Intanto che aspettiamo i tempi dei loro rifornimenti, Mohamed ci porta a casa di suoi amici che ci accolgono con grandi onori ed entusiasmo. Grande voglia di comunicare, grande senso dell’ospitalità. Maschi e femmine in stanze separate.
Chiacchieriamo a lungo, vorrebbero offrirci cena. Rifiutiamo con cortesia: di nuovo oggi abbiamo di fatto quasi perso la giornata…
Partiamo in carovana molto lentamente: pochi chilometri fuori da Zillah e… siamo già alla ricerca del luogo adatto per fermarci. I ritmi sono un po’ lentucci. È Modamed, la nostra guida ad essere “padrona del territorio” ed è quindi lui a partire da solo per cercare un posto idoneo al campo, allontanandosi dalla pista verso l’interno del deserto.
Ci accampiamo e passiamo assieme una bella serata. Lachtar è sempre simpaticissimo: davanti al fuoco, assistiamo alla cerimonia di preparazione del the schiumato. Chiedo il motivo di questi gesti, Lachtar mi guarda e con grande serietà risponde sentenziando: “Design!”. Troppo forte, davvero esilarante! ;<)

28/12 SESTO GIORNO: verso Tazerbu, notte in autogrill?
Ripartiamo. Il cielo è un po’ grigio. Il Patrol si ferma sulla sabbia perché non ha bloccato i mozzi. Niente di grave. Riparte subito.
Riprendiamo la pista ma ecco che di nuovo il Patrol è fermo. Il motore si spegne. Sembra un problema elettrico.
Torniamo indietro tutti e ci mettiamo a controllare l’impianto elettrico.
La scena sarebbe pure divertente se non fosse che siamo piuttosto preoccupati: il cofano del Nissan è gremito di gente.
Ma è un ago in un pagliaio. Solo qualche indizio: pare che il guasto sia correlato in qualche modo al lunotto termico. Ma non è sufficiente non usarlo…
Dopo un’oretta di tentativi, ecco che arriva un’insperata botta di culo. Scorgo un fumino tenue tenue sollevarsi da un malloppo di fili sotto al sedile passeggero. Bingo! Manca la moquette ed i fili sono a vista. Calpestati salendo e scendendo ecco che si è generato il problema. Un filo spellato ed un altro tranciato vanno a massa.
Ancora una volta la solidarietà, l’efficienza, la buona attrezzatura ma specialmente la caparbietà di voler risolvere il problema ci permettono di proseguire risolvendo brillantemente la situazione.
Viaggiamo paralleli ai punti GPS che avevamo estratto dalla guida: probabilmente il percorso è meno bello perchè è su pista, quindi seppure a malincuore proseguiamo sperando di recuperare un po’di tempo. Ci sentiamo infatti un po’ pressati dal tempo perso e dai contrattempi incontrati.
Perdiamo così la possibilità di vedere le gole nei pressi di Zillah. Peccato. Probabilmente inoltre il percorso che avevamo noi sui GPS ci avrebbe portato un po’ più sulla sabbia.
Ancora una volta ci ritroviamo in ritardo sulla tabella di marcia e con l’obbligo di fare campo presto per soddisfare alle necessità di Paolo & C che, giustamente, vogliono e si possono permettere più calma avendo più tempo a disposizione.
Campo “plenario” con le tre 110 il Patron e le due Toyota45 delle guide.
Quando diventa buio ci accorgiamo di essere accampati in una zona troppo vicina a delle piste percorse nella notte da grossi automezzi (camion). Ne passano un sacco, siamo perplessi, non ce lo saremmo mai aspettati di essere in una zona così frequentata! Di giorno non c’è anima viva, ma la notte…
Concordiamo con Mohamed il percorso: secondo lui non è possibile andare direttamente da Rebianah verso Waw an Namus. Suggerisce quindi di andare a Rebianah, poi tornare a Bezima, ripassare a Tazerbu e poi dirigersi verso Waw an Namus. Non mi entusiasma, ma ci rendiamo conto che tutto sommato con il tempo ancora a disposizione dopo gli intoppi iniziali forse è meglio seguire la guida: potremmo forzare un po’ la cosa proponendo direttamente di seguire le nostre tracce ma preferiamo adeguardi al ritmo un po’più rilassato di questo giro.

29/12 SETTIMO GIORNO: quasi a Taberbu
Decidiamo che purtroppo per noi è ora di essere più efficienti, altrimenti il nostro giro non potrà concludersi. Ed essendo un anello…. Significherebbe accorciarlo escludendo Rebiana, cosa che non vorremmo fare perché ci toglierebbe un bel pezzo di sabbia che desideriamo ardentemente affrontare.
Salutiamo di nuovo fratello e cugini. Questa volta effettivamente sarà l’ultima.
Ripartiamo e percorriamo finalmente parecchia strada. Il percorso attraversa ampie zone piuttosto piatte, intervallate da qualche formazione rocciosa. Il fondo, normalmente di sabbia dura su cui si viaggia bene, a tratti diventa abbastanza molle richiedendo molta potenza per avanzare.
Lambiamo dei possenti cordoni di dune senza attraversarli. Ci fermiamo a mangiare su uno di questi per godere del magnifico panorama. Sabbia molto chiara, cordoni molto slanciati e regolari apparentemente non difficili da superare. Ma ci si può solo passare accanto senza neppure attraversarli. Ripartendo mi pianto sulla sabbia troppo molle per le gomme ancora a pressione “stradale”. Sgonfio un po’e si riparte.
Passiamo in un vallone tra cordoni di dune dove più piste si intersecano in un punto dove si trova addirittura una curiosa indicazione “pseudo-stradale” che indica Zillah e Tazerbu in direzioni opposte. Poco dopo incrociamo in un relitto di un vecchio camion italiano.
Il percorso si snoda tra valloni, facili attraversamenti di bassi cordoni di dune, con un terreno che alterna sabbia molto molle a sassi o zone sabbiose sulle quali si vola a 90~100 km/h.
Tutto prosegue bene.
Facciamo rifornimento dal bidone caricato sul pick-up di Mohamed.
Ci si ferma all’imbrunire nei pressi di Tazerbu, in una bellissima zona di dunette sovrastanti grosse zolle di terra con qualche cespuglio. Quando diventa buio scorgo da queste dunette le luci di Tazerbu che raggiungeremo l’indomani mattina.
Purtroppo ci accorgiamo che la nostra guida Mohamed ha una paura terribile di Kira, la mia canessa. Lei se ne accorge e risponde con altrettanto nervosismo alimentando la paura e quindi la reazione dell’animale. Risultato: o tengo legata kira o Mohamed non scende dalla macchina.
Sarà così per tutto il viaggio…

30/12 OTTAVO GIORNO: da Tazerbu a Rebianah. Finalmente le dune!
Al mattino raggiungiamo Tazerbu. Mohamed ci fa fermare davanti a casa di suoi amici. Ci viene subito offerto uno spuntino di carne e fegato di agnello alla brace (sono le nove del mattino!).
Siamo invitati tutti a casa loro. Una grande famiglia dove ci saranno una ventina di bambini di tutte le taglie. Ci viene offerta acqua, the, biscotti, bevande varie… Ricambiamo con dei biscotti e scattando un scacco di foto.
Le donne del gruppo restano entusiaste di tatuaggi fatti ad hennè (henna in arabo) che tutte le donne e le bambine sfoggiano. Gli viene offerto di farselo fare, ma manca il tempo… forse quando torneremo da Rebianah.
Intanto io e Mohamed cerchiamo pane, acqua, frutta. I negozi sono chiusi ma poco male, vengono aperti per noi! Prendo tutta l’acqua in bottiglia di cui dispone il negozio. Come spesso accade in questi posti un singolo occidentale consuma una quantità di risorse incredibile rispetto allo standard locale. Che vergogna…
Facciamo il pieno di gasolio al distributore, passiamo al posto di polizia per la registrazione del nostro transito.
Ripartiamo verso ora di pranzo: i tempi sono sempre piacevolmente lunghi quando si ha a che fare con l’ospitalità della popolazione araba. Cordialità, voglia di comunicare, enorme senso dell’ospitalità.
Tazerbu è un oasi, una cittadina. Il suo territorio è ricco d’acqua, tant’è che le bottiglie d’acqua che si acquistano sono produzione locale.
L’uscita dall’oasi porta direttamente nell’erg, dove vi sono diverse stazioni di pompaggio che non sappiamo se sono per l’acqua o per il petrolio. Poi in deserto. Si viaggia su un piattone che si estende uguale all’infinito. Zone di sabbia molle alternate a zone più dure. Velocità media sui 70 km/h con punte di 90~100.
Solo consultando le mappe satellitari e prestando molta attenzione ci si rende conto di essere su un erg con dune estremamente lunghe e raccordate. All’orizzonte effetti miraggio ovunque.
Avvicinandoci a Rebianah, le dune “crescono” e diventano sempre più marcate. Sempre cavalloni (like a long sea wave) lunghi ma con fronti di salita e discesa sempre più rilevanti.
La guida diventa sempre più divertente: il fondo è quasi ovunque finalmente molto compatto. Finalmente un po’di divertimento e la spensieratezza della guida nell’Erg. Percorso poco tecnico ma molto bello. Non c’è l’adrenalina dei passaggi delle dune dell’Awbari ma la guida veloce su sabbia restituisce comunque una sensazione molto gradevole.
All’orizzonte compaiono tra le dune le scure formazioni rocciose dell’oasi di Rebianah. Un paesaggio mozzafiato.
Negli ultimi chilometri di avvicinamento all’oasi, la guida diventa u po’ più tecnica: le dune sono un po’ meno regolari e si alternano alcune salite e discese più ripide da affrontare con attenzione anche a causa della sabbia che improvvisamente può diventare molle. “Tanti gas”, mai mollare il pedale, motore sempre in tiro.
Ma con le gomme ad 1.2 bar ormai si va quasi ovunque.
Qualche sosta nelle vicinanze dell’oasi, in modo da prendere immagini dall’alto delle dune ci regalano una grande sensazione di felicità. Felicità di essere riusciti a giungere fin quaggiù con i nostri mezzi, felicità di essere immersi in questi magnifici paesaggi.
Qualcuno ci diceva che Rebianah non è niente di speciale: non la pensiamo così, è un luogo che ha della magia, che compare dal mezzo del mare di sabbia, un angolo di terra riparato dalla severità delle enormi dune del sahara. Un incredibile formazione rocciosa, il palmeto, le tracce dell’antico lago salato che un tempo riempiva il paesaggio. La vita che prospera nel mare di sabbia.
Scendiamo (letteralmente) dalle dune verso l’oasi.
La spianata di sabbia antistante l’ingresso dell’oasi è costituita da sabbia molto molle. Molle e molto segnata dal passaggio dei mezzi. Mica facile muoversi. Contrariamente a quanto succede di solito, meglio stare nelle tracce altrimenti non ci si muove proprio.
Passiamo dall’immancabile posto di controllo di polizia e ci dirigiamo appena fuori dall’oasi per fare campo. La sabbia molle ferma il Toyota di Mohamed, ne esce solo dopo qualche minuto di paziente pattinamento delle ruote, cosa impossibile con i turbodiesel. Poi è la volta di Franco, che non riesce pure lui a muoversi se non dopo aver sgonfiato a 0.8 bar. GranPasso stranamente non si pianta, ma devo dire che non ho voluto neppure sfidare la sorte. Dove mi son fermato ho fatto campo e basta.
Serata ancora una volta piacevole, con le lezioni di Arabo di Mohamed, temperatura non troppo rigida.

31/12 NONO GIORNO: da Rebianah a Bezima e ritorno a Tazerbu. Capodanno!
Al mattino partiamo verso le nove. Stranamente riesco ad uscire dalla “palude” di sabbia senza sgonfiare e senza spingere. Forse al mattino la sabbia è un po’ più umida. Passiamo per l’oasi sercando di consegnare le foto che un amico di Franco gli ha pregato di lasciare ad una persona che vine nell’oasi.
Grazie alle foto, individuiamo la casa. Ottima accoglienza come sempre, caffè, foto collettive, poi ancora foto con bambini vari ed un paio di corna di cui il Libico pare particolarmente fiero. Una cartena di S. Antonio: queste foto verranno consegnate dal prossimo gruppo che passerà da quelle parti.
Il distributore è chiuso, ci chiedono se ci serve rifornimento: ne possiamo fare a meno, travaso le mie taniche. Ripartiamo passando per la zona che un tempo era un lago salato. Panorama ancora una volta lunare, veramente molto bello. L’uscita dall’oasi va fatta di potenza: salita sulla sabbia molle per raggiungere l’altezza delle dune. Bel passaggio, bel panorama. Peccato solo doverlo fare d’un fiato perché fermarsi vorrebbe dire scavare.
Il percorso per Bezima è ancora una volta molto bello: dunoni piuttosto compatti percorsi in velocità. Vi è pure una pista segnata con dei pneumatici e dei paletti.
Arriviamo in vista dell’oasi prima di pranzo. Anche Bezima offre un impatto visivo notevole. Non è incassata nelle dune come Rebianah ma anche quest’oasi si presenta con un’imponente formazione rocciosa di protezione. Arrivando da sud il palmeto ed una fitta striscia di canne nascondono il grande lago di acqua salata. Anche qui il terreno è molto pesante, sabbia molle e molto smossa.
L’oasi è stata abbandonata da una ventina di anni per esaurimento della falda d’acqua dolce.
In realtà ora esiste di nuovo un insediamento fisso ancora in costruzione. Un campeggio! Cosa ci faccia un campeggio qui ancora non è chiaro però c’è. Evidentemente l’acqua è stata di nuovo trovata, tant’è che vi sono dei piccoli orticelli, delle piante in crescita e gli impianti della struttura “turistica“ (bagni, docce e perfino un bar) sono già quasi finiti.
Mangiamo all’interno del perimetro del “campeggio” e decidiamo di proseguire per Tazerbu. Preferiamo recuperare ancora un po’ di tempo da dedicare all’Hennè delle femmine e ad eventuali altri possibili intoppi.
Lasciando l’oasi, passiamo per il centro abitato abbandonato, dove incontriamo un grosso gruppo di italiani. Entro subito in “relazione” con l’unico landista del gruppo. Ci salutiamo e lasciamo l’oasi alla vota di Tazerbu.
Purtroppo il divertimento delle dune finisce quasi subito e si ripercorre quasi il tragitto dell’andata sulla piatta distesa di sabbia che spesso “incolla” le macchine costringendomi a proseguire in terza a tutto gas per stare dietro agli altri più scarichi di me. Subentra alla guida Fabiola.
Arriviamo a Tazerbu nel tardo pomeriggio. Sosta per il rifornimento di gasolio. Mentre aspetto che Franco finisca il pieno, si ferma accanto a me una macchina con un Libico che mi saluta, mi chiede di dove siamo e ci offre ospitalità a casa sua. Incredibile…
Mohamed ci accompagna in un area coltivata appena fuori dal paese: in vivaio di palme. Ci dice che possiamo accamparci lì, poi sparisce. Tornerà solo dopo aver cenato. È la notte di capodanno, prepariamo il nostro “cenone”. Prepariamo la tenda per il campo: Erica ancora non sta bene e questa sera vogliamo fare tardi per stroppare la bottiglia… già, ma che bottiglia??? Vabbè, restiamo però lo stesso a chiacchierare davanti al fuoco con Mohamed fino a tardi, un thè dietro l’altro. Quasi quasi stavolta facevamo davvero la mezzanotte!


01/01/07 Verso Waw An Namus. Henna.
Al mattino ci prepariamo e ritorniamo in paese. Le donne passano quasi tutta la mattina dagli amici di Mohamed per farsi decorare le mani con i tatuaggi di Henne.
Io con Mohamed faccio la spesa: un po’ d’acqua, un po’ di frutta, verdura.
Le femmine escono soddisfatte con le mani pasticciate dopo un paio d’ore.
Contente loro… io per sporcarmi le mani ci metto molto di meno!
Ma almeno hanno avuto la possibilità di vivere un esperienza unica, un rapporto diretto che le donne libiche.
Partiamo nel primo pomeriggio e ci fermiamo a mangiare nel nulla subito fuori dal centro abitato. Il cielo è terso ma c’è un fastidioso vento.
Il percorso è ancora prevalentemente piatto, Sabbia a volte molle, difficoltà a planare. Ci avviciniamo a dei bei cordoni di dune e ci infiliamo su uno di questi. Inizialmente molto mosso e veloce, comincia a diventare un po’ più infido con discese mal raccordate. Qualche botta di fondo corsa. C’è anche il problema del riverbero: effetto ghiacciaio, dopo un po’ che si guida si perde il senso della profondità e risulta difficile capire l’esatta profondità di un ostacolo.
Ci fermiamo a fare un paio di foto entusiasti del paesaggio: Mohamed torna indietro e ci dice di ritornare sui nostri passi perché più avanti la duna diventa “troppo difficile”. “Disco frizione” continua a ripetere. A noi piacerebbe proseguire (alla faccia del suo Disco Frizione) ma lui pare deciso a tornare sui suoi passi. Lo seguiamo.
Scantoniamo la duna :<( e proseguiamo in una grande pianura con a destra e sinistra due possenti cordoni di dune. Che tristezza, era così bello!
Più avanti ci fermiamo in una zona magnifica che ci fa dimenticare la delusione: un paesaggio lunare incrdibile. Si cammina praticamente su un tappeto di conchiglie fossili!
Alcune basse collinette rotonde, residui di un evidente erosione da acqua, rendono maestoso il paesaggio.
Ci fermiamo a far campo qui, dopo aver passeggiato un po’ in mezzo a questi meravigliosi pezzi di preistoria. La notte è fresca, c’è vento ed Erica non ha febbre ma parecchia tosse. Montiamo la tenda per il campo. Ancora lezioni di Arabo davanti al fuoco sorseggiando l’ottimo thè (schiumato) di Mohamed.

02/01/07 Waw An Namus. Ultimo campo e… “Leila shaida”
Oggi Mohamed ha messo la Shesh: ieri sera gli avevo chiesto come mai non la usava, che faceva design. Ed oggi eccomi soddisfatto. E ne presta un’altra, (verde Islam!) pure a me. Partiamo alla volta del vulcano. Sulla strada incontriamo strani cumuli di radici che si ergono alte 3~4 metri in mezzo al niente. Strane cose, probabilmente sono il segno dell’erosione del terreno. Il percorso è veloce: fondo abbastanza duro ma molto polveroso. A volte si rallenta molto perché si passa su rocce. Il panorama varia continuamente. Alcune formazioni rocciose, alcuni segni dell’antica presenza del mare.
Ci avviciniamo al vulcano. Sempre più frequenti le zone di pietra nera lavica. E da una ventina di km tutto diventa improvvisamente nero. Pietroline di leggera pomice nera che ricoprono un fondo di sabbia chiarissima che riemerge passando con la macchina. Il passaggio delle ruote su questo fondo lascia un segno fumante, quasi come se il terreno caldo fosse riscoperto dalla ruota. È solo polvere ma l’effetto è molto suggestivo.
La piana ricorda scene della terra di Mordor per chi ha presente il del Signore deli Anelli, la terra del Signore Oscuro dove nulla sopravvive.
Il terreno è pesante, questa sabbia è parecchio molle. Quando arriviamo in prossimità del cratere restiamo a bocca aperta. La vista supera le aspettative si apre un paesaggio da… valle incantata. Un paesaggio preistorico, solenne e severo ma che al tempo stesso segnala la presenza della vita, della natura che lotta per esistere in questo ambiente austero e severo dove tutto pare bruciato.
Il cielo è purtroppo parzialmente nuvoloso, cosa che acuisce ancora di più questa sensazione di desolazione. C’è anche molto vento.
All’interno della corona del cratere, spuntano laghetti colorati, un palmeto da dattero, le canne. Il nero della pianura e delle pareti del cratere lascia il posto alla sabbia chiara vicino ai laghi. In mezzo una caldera rocciosa. Uno spettacolo indimenticabile.
L’eruzione pare risalga a 3~4000 anni fa, la rottura dell’antica caldera liberò l’acqua intrappolata all’interno formando i piccoli laghi che si posso ancora oggi vedere. Il piccolo cono al centro è invece di epoca più recente e le sue pareti sono intarsiate da profondi solchi che testimoniano ere nelle quali le piogge erano frequenti ed abbondanti. Uno dei laghetti presenti contiene acqua calda.
Mentre osserviamo tutto ciò vediamo arrivare un gruppo di auto. Sono anche loro italiani. 3 Land, un HDJ80 (una delle poche Toy che riesco a riconoscere!). Si fermano, mi avvicino. Non sembrano molto propensi a chiacchierare. Tranne uno.
Poi mangiamo un boccone e ci accingiamo a scendere a piedi nel cratere e risalirne la bocca interna. All’interno del cratere vi sono molti segni di passaggi d’auto, non ci piace l’idea di emularli, ci sembra sia un delitto rovinare con segni di inciviltà umana questi paesaggi.
Scendere fa impressione: la pendenza non è poca, il terreno è duro ma fino ad un certo punto. La ghiaia di pietrisco nero che riveste superficialmente il bordo è infilata nel terreno compattato ma cede al passaggio e si scivola. Erica ha paura, la trascino giù. Grave errore… Me la farà scontare per il resto dell’escursione.
Irene va avanti con Mohamed Alì, salgono rapidamente. Io devo tenere l’esuberanza di Kira da un lato e la riottosità di Erica dall’altro. Una vera purga. Saliamo sulla cima, il paesaggio è stupendo. Risaliamo il pendio, Erica mi fa letteralmente impazzire…
Il paesaggio dal conetto centrale è fenomenale, la passaggiata è piacevole e di soddisfazione.
Alla fine scendiamo ed a me il triste compito di far risalire Erica, una fatica pazzesca. Arriviamo su per ultimi... Sono esausto per lo sforzo fatto nel trascinare Erica.
Francio è rimasto alla macchina perché aveva mal di schiena. Aspettando, il vento gli ha danneggiato la porta dell’auto.
Ci muoviamo per non dormire troppo vicini al vulcano. Potrebbero esserci le zanzare (Namus) anche se con sto freddo ed il vento… non ci credo molto.
Attraversiamo un valloncello con una pavimentazione naturale che sembra un mosaico costruito dall’uomo in tempi antichi. Incredibile. Risaliamo un secondo cratere vulcanico probabilmente più vecchio e cerchiamo un riparo dal vento per il campo.
La guida Mohamed sparisce per andare a … registrare la nostra presenza al posto di polizia. Incredibile, un posto di controllo pure qui.
Montiamo il campo e la tenda. Prepariamo la cena con la triste consapevolezza che sarà l’ultimo campo. Ancora thè davanti al fuoco, ancora lezioni di arabo.
“Mr Carlo” e “Mr Mohamed Alì Non so che”: non ci capiamo bene? Problema? No problema! “Leila shaida”.

03/01/07 Waw An Namus- Waw Al Kebir-Tmissa: a casa di Mohamed
Percorriamo l’ultimo tratto di deserto che ci porterà a Tmissa, a casa di Mohamed Alì.
Sulla strada incrociamo un gruppo di moto, camion ed auto. L’unico incontrato sulle piste dall’inizio del viaggio. Passiamo per la fattoria di Waw Al Kebir e ci fermiamo a mangiare al ristorantino. Pranzo essenziale, servizio altrettanto. Alla fine Mohamed si stupisce del fatto che ci fanno pagare. Di solito non si paga, dice…
Anche qui il solito passaggio per il posto di controllo.
Rigonfiamo le gomme e riprendiamo la pista. Dopo un ulteriore posto di controllo assolutamente fatiscente, con militari senza divisa accampati alla porca miseria nel nulla. Ci fermiamo ancora per sgonfiare le gomme prima di infiliare all’imbrunire l’ultimo pezzo di Erg del viaggio. Le dunone che portano fino alla periferia di Tmissa. Questo ci mancava: dune veloci in notturna! Fantastico.
Arriviamo a casa di Mohamed al buio nel tardo pomeriggio. Siamo ospitati con grande riguardo, ci vengono mostrate le foto di famiglia, con i viaggi del padre di Mohamed che a sua volta è una guida. Donne da un lato e uomini dall’altra. La televisione regna ahimè sovrana pure qua. Sempre accesa, presenza invadente ovunque. Non rinunciano a tenerla accesa ad oltranza neppure in presenza di ospiti. Apprendiamo le usanze locali, a partire dal lavaggio delle mani fatto “on line”con caraffone e bacinella nella sala degli ospiti, il pasto servito su un grande vassoio sui tappeti…
L’arredamento delle case libiche ed arabe in generale è essenziale: pochi mobili, molti tappeti e cuscini. La casa di Mohamed è grande e traspare il fatto che deve trattarsi di una famiglia piuttosto importante,
Le sorelle di Mohamed trattano Irene come una bambolina: i suoi lunghi e chiari capelli lisci e la sua carnagione chiara deve averle colpite e la “addobbano” con vestiti, pettinatura, trucco, gioielli da principessa de Mille ed una Notte. Le regalano anche un fermacapelli.
Lei è entusiasta, loro pure, Fabiola scatta un sacco di foto.
Dal lato dei maschi l’atmosfera è meno avvincente, con un vai e vieni di persone che salutano ma non parlano neppure una parola di inglese, lo zapping dei fratelli di Mohamed sui canali della TV satellitare arabi (i programmi prediletti sono il calcio, le automobili e la musica, tutto il mondo è paese…), la visione ed il commento delle foto di famiglia e di quelle del viaggio sul mio palmare.
Alla fine sistemano a dormire i maschi nella grande sala d’accoglienza sui cuscini dei divani, le femmine nella sala delle femmine sempre su grandi cuscini. Ci portano le caldissime e morbidissime coperte che usano da quelle parti: le case non hanno riscaldamento ma non fa freddo.
Con noi in sala dorme anche Mohamed Alì.

04/01./07 Tmissa-Sabha, Gahrian. L’ultima pista, la sede Alawi Tours, l’asfalto del rientro
Al mattino ci svegliamo verso le otto: molto via vai dalla casa, le sorelle ed i fratelli ed il parentado lavora ed esce presto. Ricca colazione libica, poi ci apprestiamo ad uscire. Vogliamo visitare il vecchio borgo di Tmissa per poi dirigerci sull’ultimo tratto di 180 km di pista verso Sebha, dove ci attenderà la guida stradale per accompagnarci fino al confine.
La vecchia Tmissa non è come si aspettavamo, credevamo di vedere un vecchio borgo abitato mentre in realtà si tratta di ruderi abbandonati del vecchio paese. Ne resta poco, le vecchie case in pietra e fango con tetto fatto di travi di palma se abbandonate si deteriorano in fretta.
Imbocchiamo la pista per Sebha, una pista veloce ed abbastanza varia sia come paesaggi che come fondi. Alcuni tratti di tôle ondule terribili, pezzi di pista con fondo sabbioso e profondi canali.
Quando ci avviciniamo a Sebha vediamo delle verdi aree tonde coltivate che spiccano nell’aridità del deserto e più in là addirittura delle ampie zone irrigate a pioggia. L’acqua in Libia in realtà non manca, basta riuscire ad estrarla dal sottosuolo. Dove non vi sono falde e pozzi ecco che interviene il grandioso progetto di canalizzazione delle acque del grande lago sotterraneo voluto da Gheddafi.
La città di Sebha ha una periferia che è una vera discarica a cielo aperto. L’interno della cittadina è però abbastanza ordinato, vi sono zone popolari ma anche zone più moderne.
Arriviamo alla sede dell’Alawy Tours dove conosciamo Mr. Abdù, il boss dell’agenzia.
Un gran chiacchierone, simpatico. Forte perché un arabo che parla italiano con accento bolognese è una chicca.
Abdù ci dice che ci siamo scordati una pratica burocratica, la registrazione dei passaporti entro 7 giorni dall’ingresso. Veramente sono loro che se ne sono scordati… Comunque due telefonate e (dice) tutto ok, (= “Problema?” “No Problema!”).
Mangiamo in un ristorantino. A tavola ci chiamano le ragazze della prima famiglia visitata a Zillah. Vogliono parlare con tutti, appena finito il giro chiedono di riparlare con il primo. Sempre le stesse domande, ci si capisce poco, il gioco è divertente ma imbarazzante…
Alla fine i proprietari del locale ci offrono il caffè.
Salutiamo Mohamed. Lui mi regala la shesh verde, io ricambio con un coltellino.
Ritroviamo la guida stradale dell’andata, Mr. Omer (che porta sfiga!).
Lasciamo Sheba diretti a Gharyan e dopo pochi km ci dobbiamo fermare perché il Nissa perde il parafango anteriore sinistro. A causa della botta di vento presa al Waw an Namus. Risolviamo bene il problema, Omer ci guarda perplesso.
Dopo qualche centino di km ci fermiamo a far gasolio. Quando ripartiamo GranPasso sembra inchiodato, fatica a raggiungere i 90km/h. Strano, ho appena cambiato il filtro aria.
Ora sono io a dovermi fermare. Sospetto possa essere acqua nel gasolio, dato che ho appena fatto rifornimento: riparto, mi rifermo. Ora guardo bene la strumentazione di bordo e mi accorgo di aver poca pressione di turbina. Recovery centralina. Capisco che si tratta del modulatore wastegate che ho montato a Novembre, lo escludo in un attimo, riparto tutto ok. Omer (è lui lo iettatore, crediamo) ci osserva sempre cona aria perplessa: mi vede trafficare nel cofano e mi chiede “Valvolina?”. Alla fine credo che si convinca del fatto che capisco quello che faccio e mi chiede di dare un’occhiata anche al suo mezzo, convinto di avere un problema analogo a “Valvolina” analogo al mio. Ma non riusciamo a capire cos’ha, che cavolo ci capisco io di Mercedes?
Ripartiamo, ci fermiamo a mangiare in un “autogrill libico”, una di quelle zone di localini di ristoro che sfumacchiano puzzando di carne arrosto. Queste aree ‘commerciali” per camionisti sorgono in prossimità di un bivio importante che normalmente è a pochi km da un centro abitato.
Arriveremo a Gharyan solo attorno a mezzanotte, parecchio stanchi per esserci sparati 700 km tra pista e statali.
L’alberghetto non è granchè ma insomma.
05/01/07 Gharian-Tripoli-Ras Ajdir, Mahdia. Rientro in tunisia, “la riconsegna delle targhe”
Visitiamo le abitazioni troglodite di Gharyan, simili a quelle già viste in Tunisia nella a Mathmata. Delusione, sulo un paio sono state mantenute, le altre vicine sono usate a mo’ di discarica… Sarebbe tutto chiuso ma Omer sparisce e torna dopo qualche minuto con le chiavi e ci permette di fare una veloce visita.
Ripartiamo verso Tripoli, Per la strada ci fermiamo più volte per quel minimo di shopping che costituisce l’ossigeno per la popolazione femminile che non può tollerare di uscire da un paese senza aver speso quasi niente.
Ci fermiamo a mangiare dopo Sabrata in un localino dove ci servono quello che tutti non esitiamo a definire come il miglior pollo che abbiamo mai mangiato. Poi verso la frontiera.
Saluti ad Omer, scopriamo dall’assistente di frontiera dell’Alawy che il tentativo fatto da Abdu di “aggiustare” la questione della registrazione dei nostri passaporti è fallito…
Ci toccherà pagare una multa (che sarebbe una busterella per evitarla) per poter uscire.
Passata la frontiera diventa presto buio: si recupera un ora, il che è una pacchia, ci lascia più tempo. Guidiamo di nuovo fino a tarda notte per arrivare a Madia, alla ricerca di un albergo già collaudato ma che troviamo chiuso. Ripieghiamo su un alro albergane da turistacci tedeschi, enorme, tutto super-organizzato.

06/01/07 Mahdia-Tunisi. Ultimo atto
Ripartiamo per Tunisi e nel primo pomeriggio siamo già a Sidi Bou Said che io e Fabiola non avevamo mai visitato. Carino ma troppo turistico. Inoltre i tunisini sono molto più asfissianti con i turisti rispetto ai libici e lo patiamo un po’.
Arrivati al porto ci aspetter1à un’interminabile coda e 6 ore di ritardo del traghetto! …
07/01/07 A casa!
Ormai il viaggio è terminato. La giornata in traghetto passa tranquilla. Scendiamo dalla nave dopo le 2 di notte a causa del ritardo della partenza. La nave è piena zeppa… Arriveremo a casa dopo le 4 di notte.
Vacanza terminata…

Il “bilancio”
Bel viaggio, diverso dal solito sia perché movimentato dagli inconvenienti ma soprattutto perché c’è stata l’opportunità per instaurare contatti umani con la gente del posto.
Abbiamo potuto constatare quanto per i Libici sia importante e sacro il senso dell’ospitalità.
Inoltre l’impressione è che gli italiani siano ben accetti, fatto che contrasta in modo stridente con ciò che emerge dai media, che tendono ad enfatizzare gli aspetti più eclatanti del bizzarro modo di fare politica di Gheddafi come la “Giornata della Vendetta” o le richieste di risarcimento dei danni di guerra.
Come già riscontrato nel viaggio in Siria e Giordania, pare proprio che il popolo arabo non sia più che tanto interessato alle vicende politiche e che conservi comunque una propria autonomia non lasciandosi guidare troppo dalla politica.
Certo, il paese è indiscutibilmente militarizzato: posti di blocco di militari ovunque, anche nelle zone più sperdute. Ma i libici non sono messi male come economia locale: al contrario di Siria e Tunisia, i carretti tirati da animali sono spariti e i motorini sono quasi assenti, segno che c’è un certo benessere. Anche le abitazioni sono meglio messe, i bambini più curati. Tutto fa pensare ad un’organizzazione sociale e ad una ricchezza economica che permette un tenore di vita decente a tutti.
Insomma oltre alle giuste critiche il Personaggio Gheddafi si merita anche qualche complimento per come ha saputo condurre il paese dal punto di vista della redistribuzione delle ricchezze.
I costi della vita sono irrisori, anche se gli alberghi hanno prezzi probabilmente eccessivi per quello che danno, specialmente se comparati con le brutture occidentalizzate della Tunisia.
I carburanti hanno un prezzo che rende quasi euforico il momento del rifornimento, il costo per mangiare e dei viveri in generale è basso.



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